HOME PAGE DIOCESI LA DOMENICA ON LINE - ARCHIVIO SPECIALE PALIO SAN LAZZARO 2011

Speciale XXXI edizione del Palio di San Lazzaro

di Carlo Baroni

 

Domenica 10 Aprile, Ponte a Elsa è stata un brulicante cantiere di cose belle e genuine, di gente in strada, di bambini con il palloncino in mano. Un festa anche religiosa - il Palio di San Lazzaro è organizzato dalla parrocchia e dal suo parroco don Lido Freschi - iniziata al mattino con la solenne e partecipatissima celebrazione religiosa nella quale è stato benedetto il cencio che poi le contrade del Poggio e del Piano si sono contese con i giochi tradizionali. Ha vinto il Poggio che vince da cinque edizioni consecutive. Ed ha vinto un cencio bellissimo, un’opera d’arte di grande valore artistico e religioso: Michele Zappino, il maestro che l’ha dipinta, con colori forti, intensi, un tratto molto marcato e sicuro, rappresenta un’emozionante trasfigurazione di Lazzaro che è il tema che dal 1982 accompagna il palio. Tornando al palio, dunque, ha vinto ancora Il Poggio. Nelle mani del capitano della contrada verde e arancione il sindaco Vittorio Gabbanini - con a fianco il parroco don Lido Freschi - ha consegnato il magnifico «cencio» firmato dal grande artista Michele Zappino, uno maestri dell’arte contemporanea. In gara non c’è stato storia. Quello de «Il Poggio» è stato un cappotto in piena regola e in tutte le prove valevoli per l’assegnazione del titolo: gioco della mattonella, corsa dei carretti con le pine, tiro alla fune, sia maschile che femminile. Punteggio finale 73 a 42,5.  Un pomeriggio caldo, quasi estivo, ha baciato l’evento che vede in strada - sulla via Nazione, imbandierata all’inverosimile - tutta Ponte a Elsa, attratta e coinvolta da questa manifestazione inventata, resa bella e portata al successo dalla parrocchia nel 1982 e ancora guidata da don Freschi, il prete che volle un palio anche per la piccolissima comunità di Poggio a Pino. La lunga giornata del palio - caratterizzata dalla massiccia partecipazione, dal sorriso di tanti bambini - è cominciata la domenica mattina con la solenne e partecipata celebrazione religiosa alla quale ha preso parte anche il vicesindaco di San Miniato e assessore alla cultura Chiara Rossi.

Il «cencio» dipinto dall’artista Michele Zappino

 

Relazione artistica di Sauro Mori
 
Il prof. Michele Zappino, nell'opera pittorica «La Risurrezione di Lazzaro» si impone  ancora una volta in modo immediato per talento e capacità tecniche. È un artista che con naturalezza e spontaneità riesce a cogliere la forma e ad inserirla nello spazio. Questa è la caratteristica evidente che chiunque rileva appena posa gli occhi su questo suo dipinto.
Subito dopo sono portato a pensare alla pagina evangelica, quanto questa abbia influito e quanto sia stata rispettata ai fini della narrazione del miracolo. Non mi persuade come è stato rappresentato il sepolcro, gli elementi che lo compongono anche se hanno una loro ragione dal punto di vista  di spinta verso la figura di Lazzaro, che mi appare un bell'esempio umano in posa.
Tutto il dipinto si sviluppa intorno alla mediana verticale, sulla destra ciò che è morte, il buio del sepolcro, il Lazzaro che porta soprattutto nel volto, una freddezza  non ancora pervasa dalla ritrovata vita, come stupefatto dal risveglio. Sulla sinistra  la figura di Gesù, di cui si vede solo una mano, sopra e una folla in controluce, che nei gesti mostra lo stupore di fronte all'evento inatteso.
Osservando le due figure mi vengono alla mente diversi autori del passato e principalmente Masaccio per le forme, ma anche autori più recenti come Annigoni  o Guarnieri per l'espressività, gli andamenti lineari e la limitata  gamma di tinte utilizzate a vantaggio soprattutto  della resa formale.
In un'opera così tipicamente figurativa mi appare molto personale l'elemento astratto
ai fini della comunicazione. La veste che copre il Cristo  è costruita su una serie di ellissi fino all'ultima contenente parola e gesto, che si riversa, amplificandosi in quella del Lazzaro.
C'è un susseguirsi di queste forme che si elevano dalla figura di sinistra e si riversano in quella di destra. La parola  diventa «udibile» dalla forma del cappuccio che fa pensare a una grande bocca aperta, contornata di luce, la voce è amplificata anche dal gesto della mano. L'unicità di questa opera, sta proprio nel far percepire la parola, attraverso l'utilizzo delle forme e del chiaroscuro.
Sorprende la luminosità della pietra dell'ingresso del sepolcro, che rimossa diventa piano d'appoggio alla figura e riporta a terra il loro peso; come la veste di Gesù, elaborata e preziosa, che al primo sguardo passa inosservata.
Così la folla scura, che solleva le braccia, sembra in controluce ad un sole che ha al di sopra, che rappresenta ed è sentita come la parola di Cristo. È un'opera valida che va indagata e sulla quale riflettere per raggiungere ulteriori contenuti narrativi e stilistici non ancora emersi. Occorre tempo, tutto e subito non è possibile cogliere, né spiegare.

Relazione artistica di Patrizia Vezzosi
 
Nella raffigurazione del miracolo di Lazzaro di Betania di Michele Zappino, la scena è ridotta all'essenziale. L'artista predilige tonalità neutre nelle diverse gradazioni dall'ocra e dall'ambra ed eliminando ogni dettaglio descrittivo superfluo, riesce ad orientare immediatamente l'osservatore  verso i protagonisti della scena, Cristo e Lazzaro.
L'estrema chiarezza compositiva  riflette un'attenta ricerca di equilibrio  fra linee verticali e orizzontali, fra pieni e vuoti, fra figure e sfondo: nella metà di sinistra campeggia Cristo, raffigurato di spalle, completamente avvolto da un manto dorato decorato a losanghe; davanti a Cristo, nella metà di destra campeggia Lazzaro  risorto, in posizione frontale, con la lastra sepolcrale sotto i suoi piedi, parzialmente avvolto da un candido velo funebre.
La dimensione spazio - temporale in cui si compie il miracolo è annullata da un contesto sfuocato, «non finito», come è evidente nel sepolcro posto dietro Lazzaro e, ancor più, nella folla dei testimoni, giudici e discepoli con le mani alzate in segno di giubilo, che appare nello sfondo come un'ombra contrapposta a Cristo e Lazzaro in primo piano.
La profondità dello  spazio  scenico è sottolineata, oltre che dal sapiente gioco chiaroscurale di luci ed ombre, dalla posizione di spalle di Cristo. Completamente nascosto dal manto, Cristo si riconosce unicamente dal gesto ordinatorio del braccio destro sottolineato dall'articolazione della mano allusiva alla propria natura divina, una e trina. Come durante le Cena di Emmaus i discepoli riconoscono il Maestro nello spezzare il pane, anche noi riconosciamo Cristo dal gesto che compie.
In alto, in posizione centrale, il gesto di Cristo domina la scena; la luce divina, che emana da Cristo e l'avvolge, insiste sulla sua mano rendendo vibrante il gesto. La luce divina illumina, da vita a Lazzaro. La morte si arrende di fronte alla potenza di Cristo: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede  in me non morrà in eterno» (Gv: 11,10).
Lazzaro, rimandando all'iconografia  cinquecentesca di San Sebastiano, è raffigurato come un giovane dalla grazia acerba sottolineata, oltre che dall'anatomia del corpo, dai lineamenti  del volto incorniciato dalla scura capigliatura, folta e ricciuta.
Nella figura di Lazzaro emergono con grande evidenza le specifiche abilità scultoree e la matrice culturale dell'artista: la luce, modellandone plasticamente il corpo, pone in risalto la sua bellezza statuaria classica caratterizzata, oltre che dalle perfette misure e proporzioni, dal perfetto equilibrio fra stasi e movimento.
Lontano da sterili perfezionismi, al gesto potente di Cristo, l'artista unisce il proprio gesto energico, riflesso di un'ansia espressiva nel processo creativo, che riesce  a «dar vita», ad animare la materia inerte. Se osserviamo attentamente il tratto grintoso, libero, veloce, vivo, della grafite utilizzata dall'artista, l'opera sembra prendere forma sotto i nostri occhi. Non  a caso il supporto pittorico utilizzato non è di tela ma di compensato, materiale più rigido, più resistente.
Risentendo dell'immediatezza dei disegni - schizzi dei grandi Maestri del Cinquecento, l'artista evidenzia doti naturali e padronanza tecnica, impulso e mestiere.
Fondamentale è dunque il gesto: in un circolo virtuoso da causa ed effetto fra gesti reali e virtuali, quest'opera ci invita a riflettere sull'attualità del miracolo di S. Lazzaro di Betania, ossia sulla facoltà di Dio d'intervenire in maniera sorprendente, imprevedibile, in qualsiasi momento della nostra vita terrena ed ultraterrena lasciandoci, come Lazzaro, estasiati.

Il messaggio del Parroco Don Lido Freschi
Siamo noi
 
Siamo ancora giovani, il nostro Palio ha raggiunto la 31° edizione. Chi l’avrebbe mai pensato! Il Consiglio Pastorale di quell’anno, il 1982, chiese di realizzare qualcosa di diverso dalla solita  festa di beneficenza. Ecco l’idea del palio. Se ci fossero ancora i vari Lecci, Scarselli, Amleto, il Frediani cosa direbbero? Lungo questi anni abbiamo subito alti e bassi ma siamo ancora sulla breccia. Molti sono i palii nati in questi tempi, molti sono anche finiti. Noi cerchiamo di crescere ancora. Faremo il passo secondo le nostre gambe, senza grandi ambizioni ma con grande serenità e secondo i nostri mezzi.
Dal Giolli a Zappino, trentuno grandi artisti moderni hanno realizzato i nostri «cenci» facendo grandi capolavori. Per l’anno prossimo cercheremo di avere il più grande pittore d’Italia: è il trentesimo anno di vita.
Il Consiglio pastorale, che da sempre ha gestito l’organizzazione e la realizzazione del Palio ed è stato solerte alle diverse esigenze mostratesi nel tempo, ora cerca attraverso l’organizzazione degli «amici della scuola» di inserire nuove persone nella realizzazione dei giochi.
Il Palio di San Lazzaro è una manifestazione che unisce il religioso al folklore locale che ha consentito alla comunità di riscoprire la propria storia, tradizione, identità, che ogni anno due domeniche prima di Pasqua, rivive attraverso la sfilata storica del palio, attraverso i suoi  costumi, i suoi colori, attraverso l’agonismo che anima le gare fra le due contrade: il Piano e il Poggio.
Il valore del Palio è in questo  duplice aspetto: il volontariato di tutti i contradaioli e il valore culturale del «cencio». Sì, volontariato di tutti, di chi non guarda in faccia alla fatica e al sonno perso, ma alla realizzazione di una grande festa: il Palio è di tutti.

Il messaggio del Sindaco di San Miniato, Vittorio Gabbanini
La capacità di recuperare la ricchezza della tradizione
 
Il Palio di San Lazzaro è custode di un grande tesoro che si traduce nella capacità di recuperare la ricchezza della tradizione.
A tradurre lo spirito di Ponte a Elsa, e la sua anima, una comunità attenta e volenterosa nel proporre una manifestazione dedicata alla storia.
Gli organizzatori e le persone del Comitato devono essere fieri del lavoro che svolgono perché la loro laboriosità è determinante ai fini  della riuscita del Palio, che ogni anno riscuote un notevole successo. Uno spettacolo colorato dove la rievocazione si mischia alla competizione dettando momenti pieni di entusiasmo che trovano ragione in un disegno più ampio e più complesso e che racchiude tutta la vitalità del paese.
Avere la possibilità di assistere a questo appuntamento equivale a compiere un viaggio dentro la storia e la realtà. Da una parte la carica evocativa e spirituale e dall’altra quella più attuale e moderna.
Questa è una cultura che ci piace perché educa e insegna e qui risiede il progresso di una società fiera delle sue origini, una società dove una tradizione lodevole diventa un momento educativo. La speranza risiede nel vedere un numeroso pubblico, di grandi e piccini, per rendere merito all’impegno  di questa società così capace e costruttiva.

Il messaggio del Presidente
Nilo Mascagni
 
Il Palio di San Lazzaro è giunto alla sua XXXI edizione, compresa quella straordinaria dell’anno giubilare (due edizioni  nel 2000).
Nell’ideare il Palio, don Lido Freschi vide lontano coinvolgendo nella realizzazione dell’opera pittorica del «cencio», dopo i maestri locali, grandi nomi della pittura contemporanea, docenti di cattedra all’Accademia di Brera a Milano. Se tutto questo è stato reso possibile  lo è stato  per la paternità del palio assunta fin dagli inizi dal prof. Ernesto Treccani la cui eredità artistica è stata assunta da qualche anno dal maestro Natale Addamiano, attuale direttore artistico della manifestazione.
Nel novembre 2010 la grande mostra d’arte sacra a San Miniato nella stupenda Via Angelica che ha ospitato le trenta opere del Palio, ha visto un’affluenza incredibile di visitatori, fra cui molti studenti di istituti superiori. Un pregevole catalogo della mostra è stato donato al Santo Padre nell’Udienza generale in Piazza San Pietro. In sala stampa Vaticano il volume è stato offerto al giornalista vaticanista Fabio Zavattaro. Alcuni giorni dopo don Lido Freschi ha donato il volume della mostra d’arte al cardinale Camillo Ruini, intervenuto a Palazzo Grifoni per un convegno di studi. Con questi eventi straordinari il Palio celebra la sua XXXI Edizione.
 
Programma 
 
Sabato 9 Aprile Ore 15
Marcia Podistica non competitiva valevole per il  Trofeo C.I.S ( Centro Sportivo Italiano)
Domenica 10 aprile ore 11
Chiesa parrocchiale SS. Filippo e Giacomo a Pino Messa solenne e benedizione dell’Opera
pittorica del prof. Michele Zappino e sua consegna  ai Capitani delle Cotrade : il Poggio – Il Piano
Ore 15.00: Corteo Storico per le vie cittadine, con la partecipazione dei figuranti storici della Corte del Conte Orlandini e del gruppo Folk : corpo musicale «Angiolo del Bravo» di La Scala con le proprie majorettes. A seguire i giochi: tiro alla fune  donne – uomini, corsa carretti con le pine, gioco della mattonella. Al termine dei giochi il sindaco di San Miniato Vittorio Gabbanini consegnerà alla Contrada con il più alto  punteggio conseguito nei giochi  - il «cencio» aggiudicandole quindi la conquista del palio per l’anno 2011. L’opera pittorica del maestro Zappino verrà donata (per statuto) e sistemata nella chiesa parrocchiale.

 

Preghiera a San Lazzaro (di Pierangelo Sequeri)

 

San Lazzaro

amico del Signore,

cara memoria

dei padri e delle madri

che hanno generato

la comunità che ti onora.

Fiduciosi

ci rivolgiamo a te,

che hai onorato

l’amicizia del Signore

con l’ospitalità

che lo rendeva lieto.

Il Signore pianse,

sul tuo sepolcro,

proprio come noi abbiamo pianto,

per i nostri affetti più cari.

Il pensiero dolente

e lo sguardo sereno

con il quale Egli ti chiamò,

infine,

ad un nuovo tempo della vita,

è segno d’amore

che non si interrompe.

Ti chiediamo

di incoraggiare

la fede con la quale

ci rendiamo amici e fratelli,

gli uni degli altri.

Benediciamo la casa,

dove con le sorelle

Marta e Maria,

lo accoglievi.

Domanda a Lui

di benedire anche le nostre,

conservandole nella pace.

Rendi le nostre famiglie

e la loro amicizia,

liete di consolare

l’ospite che le frequenta;

generose nell’accudire

il bisogno che le interpella;

dolci e ferme nel manifestare

la grazia che ci ha dato la vita.

E accompagnaci sempre,

nel passaggio delle generazioni,

fino al giorno in cui

Lui stesso, il Signore tuo amico,

sarà la nostra casa.

Amen

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